SCENA VI.
Entrano ser Tobia Belch
, ser Andrea Maldigota
e Fabiano
.
TOB: Va per la tua via, signor Fabiano...
FAB: V’andrò, e se perdo un solo scrupolo di questo sollazzo vuo’ essere corroso, fino a morir di malinconia.
TOB: Non saresti lieto di vedere quel furfante a patire qualche grave cruccio?
FAB: Ne salterei di gioia: voi sapete che ei mi fece perdere il favore della mia signora nell’occasione di quel combattimento di orsi.
TOB: Per metterlo in furore, riporremo gli orsi in campo, e lo vedremo per ira divenire di tutti i colori: non è vero che faremo così, ser Andrea?
AND: Se nol facessimo, meriteremmo la morte.
TOB: S’avanza il piccolo serpe. Come va, mia ortica d’India?
MAR: Nascondetevi fra quei cespugli; Malvolio sta per venire; lo trovai al sole mentre notava il proprio portamento nella ombra che disegnava: nascondetevi ed osservatelo, se volete ridere, perchè son sicura che questa lettera farà di lui un vero idiota. Andate. Tu sta qui perchè veggo venir la trota che dobbiamo prendere col solletico. (esce; entra Malvolio)
MAL: Tutto è caso: non vi è che fortuna e sfortuna in questo mondo. Maria mi disse una volta che la sua signora aveva qual che inclinazione per me, ed ella stessa mi soggiunse, che se mai avesse dovuto innamorarsi, invaghita solo si sarebbe di un uomo del mio aspetto. Di più, la prima mi usa molti riguardi, che oramai non so come interpretare.
TOB: Quel furfante è presuntuoso.
FAB: I suoi orgogliosi pensieri lo rendono alquanto ridicolo. Com’ei fa pompa della sua vana piuma!
AND: Per questa luce, darò la mala notte a quel malandrino.
TOB: Tacete.
MAL: Essere il conte Malvolio...
TOB: Ah maledetto!
AND: Un colpo di pistola nella gola.
TOB: Tacciamo, tacciamo!
MAL: Ve ne sono altri esempi: la dama di Strachy sposò il suo cameriere.
AND: Per Jezabel, omai scoppio.
FAB: Oh egli vi si immerge con tutto il corpo: l’imaginazione l’ha già portato via.
MAL: Dopo essere stato tre mesi suo sposo nella grandezza...
TOB: Oh avessi una fionda, per lanciargli una pietra in un occhio!
MAL: Chiamando i miei uffiziali intorno a me vestito di splendita zimarra, escito dal letto in cui avrei lasciata Olivia addormentata...
TOB: Fuoco e zolfo.
FAB: Tacciamo.
MAL: Assumerei il carattere del mio grado cospicuo, e dopo aver vibrato sopra di essi uno sguardo sprezzante, direi loro, che conosco il mio posto, e che vorrei ch’essi del pari conoscessero il loro. Manderei quindi a cercare il mio parente Tobia...
TOB: Catene e ceppi!
FAB: Silenzio.
MAL: E sette dei miei servi obbedendo tosto andrebbero a lui. Aspettandolo io mi mostrerei austero, e passerei forse il tempo, caricando l’orologio, o ricreandomi con qualche gioiello, Tobia poi s’avanzerebbe, e allora quanti inchini non mi verria facendo?
TOB: Lascieremo vivere costui?
FAB: Sebbene sia difficile contenersi, sforziamoci di farlo.
MAL: Io gli stenderei la mano con contegno di protezione, correggendo il mio sorriso familiare con uno sguardo rigido e imperioso.....
TOB: Non andrò a dargli una gotata?
MAL: E gli direi: Cugino Tobia, poichè la fortuna ha gettata su di me vostra nipote, datemi il permesso di parlarvi.
TOB: Che, che?
MAL: Voi dovete emendarvi da quelle ubbriachezze.
TOB: Scabbia infernale!
FAB: Silenzio, o romperem le fila della nostra tela.
MAL: Oltre ciò, voi scipate i tesori del vostro tempo con un imbelle cavaliere.
AND: Questo tocca a me, ve l’assicuro.
MAL: Un ser Andrea.....
AND: Lo sapevo che ero io, perchè molti mi chiamano imbelle.
MAL: Ma che è questo?
FAB: Ora la beccaccia sta per essere accalappiata.
TOB: Oh silenzio, e il genio dell’allegria gli faccia leggere ad alta voce quello scritto.
MAL: Per la mia vita, è la mano di madonna: questi sono i suoi c, i suoi u e i suoi t; e così ella fa il P grande. È senza dubbio la di lei mano.
AND: I suoi c, i suoi u, i suoi t: che diavolo dice?
MAL: Allo sconosciuto mio amore questa lettera, e i miei teneri voti. Son le sue frasi!... Col tuo permesso, cera, l’impronta che tu porti è quella con cui ella suole suggellar le sue lettere: è madonna, non v’ha dubbio: a chi scriverà?
FAB: Egli è già in estasi.
MAL: Giove sa ch’io amo: ma chi? Labbra, tacetevi, niuno uomo debbe conoscerlo. Niuno uomo debbe conoscerlo? Che cosa segue? La misura è cangiata! Niun uomo debbe conoscerlo? E se quest’uomo fossi tu, Malvolio?
TOB: Appiccati, disgraziato.
MAL: Potrei comandare a quegli che adoro: ma il silenzio, aguzzo come il pugnale di Lucrezia, squarcia il mio petto senza insanguinarlo. M. O A. I. governa i miei destini.
FAB: È un bell’enigma!
TOB: È un’eccellente fanciulla colei.
MAL: M. O. A. I. governa i miei destini? Vediamo il resto, vediamo il resto.
FAB: Che piatto di veleno essa le ha imbandito!
TOB: E con quale avidità costui se ne sfama!
MAL: Potrei comandare a quegli che adoro, infatti ella può comandarmi; io la servo, ella è la mia signora. Ciò è chiaro ad ogni intelletto, e qui non può essere equivoco. Ma che significano queste lettere alfabetiche? Se potessi trovare qualche allusione al mio nome..... Proviamoci: M. O. A. I....
TOB: Sì, sì, cerca di spiegare l’indovinello.
FAB: È cosa da far ridere un cane.
MAL: M... Malvolio; M... così comincia il mio nome.
FAB: Nol dissi ch’ei verrebbe a capo anche di quelle lettere? Peccato non sia archeologo.
MAL: M... Ma quale attinenza col resto? Dovrebbe essere un A dopo, e invece è un O.
FAB: E l’O terminerà la cosa, io spero .
TOB: Oh! io lo bastonerò tanto, che glielo farò gridare molte volte.
MAL: Segno poscia un I.
FAB: E quello è un grande impaccio!
MAL: M. O. A. I., ciò mi turba e nondimeno tirando la cosa potrebbe riferirsi a me, perchè ognuna di queste lettere entra nel mio nome. Leggiamo il resto della prosa. — Se questa lettera cade nelle tue mani, meditala. Per ricchezze io son posta al disopra di te: ma non tremare di questa disuguaglianza. Alcuni nascono grandi, altri, mercè lunghi sforzi, giungono alla grandezza, e ve n’ha a cui la grandezza di per sè si offre. Il tuo destino ti apre le braccia; la tua audacia e il tuo coraggio ti facciano slanciare in esse. E per avvezzarti a quello che probabilmente diverrai, sollevati al disopra della tua umile oscurità, e mostrati altero. Sii aspro con mio zio, superbo coi miei domestici: favella dei più alti negozii dello Stato, e mostrati in tutto uomo di distinta progenie. Quella che ti dà questi consigli sospira per te. Rimembrati di colei che lodò le tue calze gialle, e desiderò di vederle cinte da una splendida giarrettiera. Pensa a ciò ch’io dico. Va oltre; la tua fortuna è fatta, se vuoi; se nol vuoi, rimanti semplice maggiordomo, ed erra confuso fra la schiera dei valletti. Addio. Quella che vorrebbe mutare il suo stato col tuo, e servirti. La fortunata infelice. — La luce del dì non è più chiara: questo è palpabile. Diverrò superbo; leggerò gli scrittori di politica, domerò Tobia, e non riguardando mai più ai miei antichi conoscenti, farò di me un uomo perfetto. Non vi ha dubbio; tutto concorre a provarmi che la mia signora, è invaghita di me: ella lodava non ha molto le mie calze; celebrava le mie gambe, e con questa lettera mi appalesa il suo amore, imponendomi d’uniformarmi ai suoi sentimenti. Ringrazio la mia stella; sono felice. Farò pompa di me fra poco con giarrettiere fulgidissime. Lode a Giove e alla mia stella. Ma vi è un’altra proscritta: leggiamola. È impossibile che tu non indovini chi sono. Ora se corrispondi al mio amore, mostramelo col tuo sorriso, con quel sorriso che ti si addice a meraviglia; sorridi perpetuamente al mio cospetto, mio dolce amico, te ne scongiuro. Giove, ti ringrazio. — Sorriderò, farò ogni cosa che tu voglia ch’io faccia.
FAB: Non darei la mia parte di tal scena, per una pensione di qualche milione che mi dovesse pagare il sofì.
TOB: Sposerei quella fanciulla, solo per questo stratagemma.
AND: Ed io pure.
TOB: E non le chiederei altra dote, che una seconda beffa simile.
AND: Nè di più le dimanderei io. (entra Maria)
FAB: Ecco la nostra esperta deluditrice degli stolti.
TOB: Vuoi tu pormi i piedi sul collo?
AND: O piuttosto sul mio?
TOB: Debbo giuocare la mia libertà a pari o caffo, e divenirti schiavo?
AND: O il debbo far io?
TOB: Tu l’hai posto in tali imaginazioni, che quando esse lo abbandoneranno, egli ne impazzirà.
MAR: Dite il vero, fu grazioso l’effetto? Operò su di lui il farmaco?
TOB: Come l’acquavita in una comare.
MAR: Se volete vedere i frutti di tal trovato siate presenti al suo primo incontro colla mia signora. Ei le anderà dinanzi in calze gialle, colore ch’essa abborre, e in giarrettiere dorate, moda che detesta, e le farà sorrisi, che si adatteranno così male al di lei stato di tristezza, che impossibile è che non ne risulti per costui il maggior disprezzo. Se siete vaghi di tale scena seguitemi.
TOB: Fino alle porte del tartaro, graziosissimo diavoletto.
AND: Nè io mi perderò a zoppicare.
