SCENA V.
Entrano Maria
e il Villico.
MAR: Su, dimmi dove sei stato, o non aprirò le mie labbra neppure della larghezza di un pelo di cinghiale per iscusarti; la mia signora ti farà appiccare per punirti della tua assenza.
VIL: Faccia ciò che desidera: chiunque è ben appiccato in questo mondo, non deve più temere di mutar colore.
MAR: Contaci sopra.
VIL: Nè di voler persone che l’infastidiscano.
MAR: Ma se anche non sarai appiccato per esser rimasto tanto tempo assente, sarai almeno cacciato di qui: non vale tal disgrazia per te, quanto l’appiccatura?
VIL: Per verità, una buona appiccatura previene molti guai, come fra gli altri quello di un cattivo matrimonio. E quanto all’essere cacciato, l’estate mi provvederà.
MAR: Sei risoluto dunque?
VIL: Risoluto sopra due cose.
MAR: Talchè se l’una manca, l’altra ti resta; o se entrambe ti mancano, cadi senza poterti rialzare.
VIL: Ciarliera insulsa, vattene; se ser Tobia volesse lasciare il vino, tu saresti un volume di carne d’Eva della più ingegnosa che possa trovarsi in Illiria.
MAR: Taci, furfante: non aggiungere una parola intorno a ciò; ecco la mia signora; farai bene pensando al modo di scusarti (esce: entrano Olivia e Malvolio)
VIL: Spirito, s’è il tuo buon piacere, ispirami sagaci follie. Coloro che credono di possederti, non sono spesso che insensati, ed io che sono sicuro di non averti, potrei esser un uomo di senso: perocchè cosa dice Quinapulus? Un pazzo di spirito val meglio di uno spirito pazzo. — Dio vi benedica, signora.
OL: Fate escire i dementi.
VIL: Non udite, amici? Conducete altrove la signora.
OL: Vattene, pazzo indiscreto, diventi ogni di più inurbano.
VIL: Due difetti, signora, che il vino ed i buoni consigli ammonderanno. Ma voi mi diceste ch’io era demente...
OL: E comandai che ti facessero escire.
VIL: Immenso errore, signora: cucullus non facit monachum. Sarebbe come dire che porto la divisa dei pazzi nel cervello. Buona madonna, datemi licenza di provarvi che siete voi la pazza.
OL: Forsechè lo potreste?
VIL: Con ogni facilità, buona madonna.
OL: Provate.
VIL: Bisogna prima ch’io vi catechizzi. — Mio buono e piccolo sorcio di virtù, rispondetemi.
OL: In mancanza d’altro sollazzo lo farò.
VIL: Perchè piangi tu, buona madonna?
OL: Per la morte di mio fratello, buon pazzo.
VIL: Credo che la sua anima sia all’inferno, madonna.
OL: Io so ch’ella è in cielo, pazzo.
VIL: Più pazza voi, madonna, a piangere perchè l’anima di vostro fratello è in cielo. — Guidate via il pazzo, gentiluomini.
OL: Che pensate voi di costui, Malvolio? Non si emenderà egli?
MAL: Egli continuerà così fino alle agonie della morte. L’infermità che fa deperire il savio, può solo guarire i dementi.
VIL: Dio vi mandi, signore, una subita infermità, onde guariate! Ser Tobia giurerà ch’io non sono una volpe, ma egli non oserebbe asserire che voi non siate un cervello vuoto.
OL: Che rispondete a ciò, Malvolio?
MAL: Stupisco che Vostra Signoria possa trovar diletti in sì insulsi motti: io vidi costui abbattuto l’altro giorno dal buffone più comune, ch’ha tanto acume in testa, quanto se ne racchiude in una pietra. Vedete, egli è di già confuso: se voi non rideste, e non gli forniste materia di diporto, ei non saprebbe che dirsi. Dichiaro ch’io reputo tutti gli uomini sensati che applaudiscono agli sciocchi discorsi di tale specie di gente, come i buffoni medesimi di quelli di cui solleticano la stoltezza.
OL: Oh voi avete troppo amor proprio, Malvolio, e poco buon gusto. Chiunque è generoso, gioviale e puro di coscienza, prende per freccie senza pungolo quei motti, che voi riguardate come palle da cannone. Non v’è alcuna malignità in un buffone di professione, che celia continuamente; e non v’è fiele negli scherzi d’un uomo conosciuto per savio e discreto, quand’anche ei si piacesse nel censurare.
VIL: Mercurio ti conceda il dono di mentire, poichè dici così bene dei pazzi! (rientra Maria)
MAR: Signora, v’è alla porta un giovine gentiluomo che desidera molto di parlarvi.
OL: Per parte del Conte Orsino, non è vero?
MAR: Non lo so, signora: è un bel giovine con un gran seguito.
OL: Chi lo trattiene alla porta?
MAR: Ser Tobia, signora, lo zio vostro.
OL: Fatelo partire, Ve ne prego, ei non compie che opere insensate: vergogna a lui. Va tu pure, Malvolio, e se è un messaggiero del conte, di’ che sono inferma, o che non sono in casa; adopera ogni mezzo, purchè lo licenzi. Ora voi vedete, messere, come i vostri scherzi divengono scipiti; e spiacciono a tutti.
VIL: Tu parlasti per noi, madonna, come se il tuo primogenito fosse un insensato: Giove voglia empire il suo cranio di polpa, perocchè qui viene uno dei tuoi parenti ch’ha una ben debole pia mater.
OL: Sull’onor mio, credo che sia mezzo ubbriaco. — (entra ser Tobia Belch) Chi è alla porta, zio?
TOB: Un gentiluomo.
OL: Un gentiluomo? Qual gentiluomo?
TOB: È un gentiluomo... maledizione sulle aringhe!... Come va, Buffone?
VIL: Ser Tobia, ottimo.
OL: Zio, zio, come caduto sì per tempo in tale letargo?
TOB: Al largo? Vi dico che non è al largo, ch’è alla porta.
OL: Ma chi è?
TOB: Fosse anche il diavolo, non lo curo. Potete credere a quello che dico: è tutt’uno, è tutt’uno.
OL: A che cosa rassomiglia un uomo ubbriaco, pazzo?
VIL: A un uomo annegato, passato per gli stadii della demenza e della frenesia: un bicchiere di più quand’è riscaldato dal vino, lo rende matto, un altro frenetico, un terzo lo annega.
OL: Va a cercare qualcuno che vegli sopra mio zio, perchè egli versa nel terzo stadio da te descritto: annegato è già: tiengli dietro.
VIL: Ei non è fin qui che frenetico, madonna, e il pazzo avrà cura d’esso. (esce; rientra Malvolio)
MAL: Signora, quel giovine giura che parlerà con voi. Gli dissi ch’eravate inferma, e rispose che voleva saperlo dalla vostra bocca; gli dissi che dormivate, e rispose ch’avrebbe aspettata che vi destaste. Che altro gli si potrebbe aggiungere? Egli è armato contro ogni obbiezione.
OL: Ditegli ch’io non voglio parlar seco.
MAL: Gliel’abbiam detto, ed ha risposto che si sarebbe messo a sbarra della vostra porta, nè se ne sarebbe partito, senza prima avervi veduta.
OL: Che razza d’uomo è costui?
MAL: Appartiene all’umana.
OL: Che modi ha?
MAL: Pessimi: vuoi parlare con voi, vogliate o non vogliate.
OL: Qual’è il suo aspetto, quale la sua età?
MAL: Non ha ancora tanti anni da poter essere chiamato uomo, nè è abbastanza giovine, perchè lo si possa dire un fanciullo: è come un frutto verde, che comincia ad arrossare in qualche parte; ha poi un bel viso e parla con alterigia: si direbbe che il latte di sua madre non fosse ancora escito del tutto dalle sue vene.
OL: Fatelo venire, e chiamate la mia donzella.
MAL: Maria, la signora vi vuole. (esce; rientra Maria)
OL: Datemi il mio velo: gettatelo sopra il mio volto: acconsentiamo ad udire una volta ancora l’ambasciata d’Orsino. (ent. Viola)
VIOL: Dov’è l’onorata signora di questa casa?
OL: Parlate a me, io ti risponderò per lei: che volete?
VIOL: Raggiante, divina e impareggiabile bellezza... Ma vi prego di dirmi se è la signora della casa, perchè io non l’ho mai veduta, e mi dorrebbe di recitare inutilmente la mia arringa che, oltrechè è assai ben scritta, m’è costata molta fatica per apprenderla a mente. Generose bellezze, non mi fate villanie, perchè io sono assai sensibile alle offese.
OL: Per parte di chi venite, signore?
VIOL: Non posso dir che quello che ho appreso, e tal domanda mi distoglie dal mio ufficio. Amabile signora, ditemi se siete voi qui la padrona, ond’io possa procedere nel mio discorso.
OL: Siete qualche commediante?
VIOL: No, sinceramente parlandovi, quantunque però (e lo giuro per gli artigli della malvagità) non sia quello che rappresento. Ma siete voi la padrona?
OL: Se me a me stessa non rubo, lo sono.
VIOL: Certo, se lo siete, rubate a voi medesima: perocchè quello ch’è in voi per farne dono, non è in voi per esser tenuto in serbo. Ma ciò esce dal mio messaggio. Io debbo prima tesservi le vostre lodi, e poi dichiararvi l’oggetto per cui venni.
OL: Entrate addirittura in quest’ultima cosa. La prima è inutile.
VIOL: Ho fatto gran fatica ad imparar questo messaggio, ed è molto poetico.
OL: Sarà dunque una finzione, e vi prego di riserbarvela. Mi fu detto che facevate molto rumore alla mia porta, e v’ho permessa l’entrata più per vedervi, che per intendervi. Se non siete insensato, ritiratevi; se possedete la vostra ragione, siate breve: non mi sento in voglia di conferire a lungo con voi.
MAR: Volete spiegar le vele, amico? Ecco la via.
VIOL: No, mio bel mozzo, intendo restar qui in rada un altro po’ di tempo ancora.
OL: Dichiarateci le vostre intenzioni.
VIOL: Mi fu commesso un messaggio.
OL: Avrete certo qualche cosa di ben fatale da dirmi, poichè cominciate con tanta timidezza. Spiegate l’oggetto di questo vostro messaggio.
VIOL: Esso non dev’essere inteso che da voi; io non vi reco nè dichiarazione di guerra, nè imposizione di taglie; vengo coll’olivo alla mano, e le mie parole, come l’oggetto della mia ambascerìa, son tutte di pace.
OL: Cominciaste nondimeno in modo assai aspro. Chi siete? Che volete?
VIOL: Se mi son mostrato inurbano, era costretto di farlo. Quel ch’io sono e ch’io voglio, sono cose segrete come l’onore d’una vergine; materie sacre, che voi sola potete intendere, e che sarebbero profane per ogni altro.
OL: Lasciateci soli. — Udiremo questi sacri segreti Ora, signore, qual è il vostro testo?
VIOL: Dolcissima madonna...
OL: Testo consolante, e sul quale si possono dire molte cose. Dove sta la vostra dottrina?
VIOL: Nel seno d’Orsino.
OL: Nel suo seno? In qual capitolo d’esso?
VIOL: Per rispondervi con metodo, nel primo del suo cuore.
OL: Ah! l’ho letto, ed è tutta una bugia. Avete null’altro da aggiungere?
VIOL: Cara signora, lasciatemi vedere il vostro viso.
OL: Avete qualche ambasciata del vostro signore da dirigere al mio viso? Eccovi ora fuor dei cardini, e noi squarcieremo la tenda, per mostrarvi il nostro ritratto. Guardate, signore: così direte quello ch’era, allorchè m’avete veduta: non è esso ben fatto?
VIOL: Mirabilmente, signora.
OL: È incolorato saldamente per resistere al vento e alla pioggia?
VIOL: È la bellezza stessa, vaga mescolanza di rose e gigli: e la mano delicata ed esperta della natura, n’ha ella stessa impastate le tinte. Signora, voi siete la più crudele fra le beltà che respirano, se recate tante attrattive nel sepolcro, senza lasciarne alcuna copia nel mondo.
OL: Oh! non avrò il cuore così duro, e farò molte copie della mia beltà. Ella sarà soggetta ad inventario, ed ogni sua parte verrà nominata nel mio testamento: per esempio, item, due labbra abbastanza vermiglie; item, due occhi grigi colle loro palpebre; item, un collo, un mento, e così del resto. Foste qui mandato per far la mia stima?
VIOL: Veggo che siete molto superba, ma si annidasse in voi anche Lucifero, il mio signore v’ama. Oh! un tal amore merita d’essere ricompensato, se pur foste incoronata e acclamata l’incomparabile meraviglia del mondo.
OL: Come mi ama egli?
VIOL: Con adorazioni, flutti di lagrime, gemiti che intronano l’amore, e sospiri di fuoco.
OL: Il vostro signore conosce le mie disposizioni, e sa che non posso corrispondergli. Nondimeno lo credo virtuoso, e m’è noto che egli appartiene ad una schiatta illustre. Egli possiede la giovinezza nel suo pieno fiore: gode i suffragi di tutti; è liberale, dotto, prode, aggraziato della persona: ma in onta di tante doti, io non posso affezionarmegli, ed è già molto tempo ch’ei dovrebbe saperselo.
VIOL: S’io vi amassi con tutta la passione del signor mio, e menassi come lui una vita dolorosa, non troverei alcuna ragione, alcun senso nel vostro rifiuto, e nol concepirei.
OL: E che fareste?
VIOL: Innalzerei una capanna di salici vicino alla vostra porta, e invocherei l’anima della mia vita in quella dimora; ivi comporrei poemi sull’amor disprezzato, e canterei con tutta la lena, nel profondo della notte, facendo risuonare il vostro nome per le valli e pei colli, e costringendo l’eco loquace a dir perpetuamente Olivia! Voi non potreste trovar riposo nè per aria, nè per terra, se non aveste avuto pietà di me!
OL: Tanto fareste? A qual famiglia appartenete?
VIOL: Ad una che è al disopra della mia fortuna, quantunque la mia fortuna sia lieta. Sono gentiluomo.
OL: Tornate dal vostro signore; io non posso amarlo. Fate che cessi dall’infestarmi, o mi mandi voi soltanto per istruirmi del partito a cui s’è appigliato. Addio, vi ringrazio delle vostre fatiche, e vi prego di godere in contemplazion mia questo piccolo dono.
VIOL: Non sono un mercenario, signora; tenetevi la vostra borsa: è il mio padrone e non io che ha bisogno di ricompensa. Possa l’amore mutare in pietra il cuore che voi apprezzerete, e l’ardor vostro come la passione del mio padrone, non trovi a sua volta che disprezzo! Addio, beltà crudele.
OL: A qual famiglia appartenete? Ad una che è al disopra della mia fortuna, sebbene la mia fortuna sia lieta. Son gentiluomo. — Sì, lo giurerei che lo sei. Il tuo linguaggio, il tuo aspetto, i tuoi atti, i tuoi sentimenti lasciano travedere stemmi gentilizii. — Non corriamo però troppo, se pure il messaggere non divenisse il padrone! In qual guisa si può così subitamente prendere il contagio? Mi pare di sentire tutte le perfezioni della tua giovinezza insinuarsi entro i miei occhi, amabile cavaliere. Ebbene, sia. — Olà, Malvolio!.... (rientra Malvolio)
MAL: Che mi comandate, signora?
OL: Corri dietro a quel messaggere del conte, che mi lasciò qui un anello in onta mia: digli che non lo voglio. Raccomandagli bene di non lusingare il suo padrone, e di non alimentare la sua speranza: per lui non sono. Se quel giovine vuol ritornare, dimani mattina gli spiegherò le ragioni del mio rifiuto. Va, presto, Malvolio...
MAL: Corro, signora.
OL: Non so quel ch’io faccia, e temo che i miei occhi adulatori m’offuschino l’intelletto. Destino, mostrami il tuo potere: noi a noi non comandiamo. Quel che è decretato dalla sorte deve necessariamente accadere, ed agli avvenimenti io m’abbandono.
