SCENA I.
Entrano Ero, Margherita
ed Orsola.
ERO: Buona Margherita, corri nella sala, dove troverai mia cugina Beatrice in compagnia del principe, e di Claudio. Dille all’orecchio che Orsola ed io siamo nel giardino, e che il nostro colloquio volge intorno a lei. Dille che ne hai intese passando; ed esortala a venirsi a celare fra quei cespugli che negano accesso al sole; ingrate piante che, come i favoriti dei principi, osano innalzare l’orgogliosa testa contro il potere medesimo che gli ha ingranditi. Ella non esiterà a celarvisi per udire quel che diciamo; questa è la tua parte, adempila con sagacità e lasciaci sole.
MAR: Rispondo di lei; saprò mandarvela tosto.
ERO: Ora, Orsola, ascolta: allorchè Beatrice sarà giunta, noi passeggieremo per questo viale, e parleremo di Benedick. Dacchè io avrò proferito il suo nome toccherà a te il lodarlo più che alcun mortale nol meritasse mai, ed io ti narrerò in qual guisa ei sia malato d’amore per Beatrice. Così si crea quella freccia di Cupido che ferisce i cuori quando nulla di vero esiste. Ma ecco l’istante; segui coll’occhio Beatrice che come un coniglio striscia terra terra per intendere i nostri discorsi.
ORS: Il maggior piacere della pesca è di vedere il pesce squarciare colle sue ali d’oro l’onda d’argento, e inghiottire avidamente il perfido amo. Gettiamo del pari la rete a Beatrice che celata è già; e non temete per la parte ch’io compirò nel nostro dialogo.
ERO: Avviciniamoci di più a lei, onde il suo orecchio non perda nulla di quanto ci apprestiamo a dire. No, no, Orsola; in verità ell’è troppo sprezzante; è selvaggia e feroce come il falco della rupe.
ORS: Ma siete voi sicura che Benedick l’ami tanto?
ERO: Così dicono il principe e il mio fidanzato.
ORS: Vi avrebbero essi affidato, signora, di istruirne la vostra cugina?
ERO: Mi hanno scongiurato di farlo, ma io gli ho esortati, se amavano Benedick, di consigliarlo a resistere alla sua tenerezza senza lasciarla intravedere a Beatrice.
ORS: E quali motivi ne avevate? Qualunque siasi il fortunato letto in cui dormirà un dì Beatrice, forse che il nobile cavaliere non meriterà di esserne a parte?
ERO: Oh Dio d’amore! So bene ch’ei merita tutta la felicità che può essere concessa ad un uomo, ma la natura non formò mai cuore di tempra più orgogliosa di quello di Beatrice. L’alterigia e il disprezzo scintillano nei di lei occhi, che irridono a quanto vedono; e l’opinione che ella nutre del proprio merito è così alta che tutto il resto le sembra poca cosa. Ell’è incapace di amare, o di provare alcun affetto per altrui, tanto adora se stessa! Io sono interamente del vostro avviso; ma veggo com’è grande il pericolo di farle conoscere l’amore di Benedick. Il suo spirito schernitore ne trarrebbe un sollazzo crudele.
ORS: Avete ragione: non v’è uomo, per quanto nobile e savio, per quanto bello e virtuoso, di cui ella non volga in riso le doti. Ha un vago volto? Ella vi giura che meriterebbe di essere sua sorella. Ha il color bruno? È la natura che col suo pennello volendo fare un buffone fece una macchia nera. È grande? Pare una lancia su di cui stia una testa di scimmia. È piccolo? Somiglia a un’agata mal tagliata. Gli piace parlare? È una banderuola per ogni vento. Gli piace tacere? È uno stolto cui nulla commuove. Così ella vede ogni uomo dal lato cattivo, e non paga mai al merito e alla virtù quel tributo, che dovuto è loro dalla schiettezza e dalla semplicità.
ERO: Certo, certo, tale acrimonia non è lodevole! — No, no si può applaudire a quell’umore bizzarro di cui si vanta Beatrice; ma chi oserebbe dirgliene? Se tale libertà mi prendessi, ella mi perseguiterebbe coi suoi motti tanto da farmi perdere la testa, e mi opprimerebbe con una grandine di sarcasmi. Lasciam dunque Benedick simile a un fuoco coperto struggersi fra i suoi sospiri, e perir di languore in silenzio. Tal morte gli sarà meno acerba del soccombere per uno dei di lei strali: fato tanto crudele, quanto potrebbe esserlo il supplizio del solletico.
ORS: Nondimeno provatevi per vedere che cosa ella risponda.
ERO: No; piuttosto andrò da Benedick, per consigliarlo a combattere la sua passione, e imaginerò anche qualche onesta calunnia per denigrare un po’ con lui la mia cugina. Niuno sa quanto una parola maligna valga ad avvelenare una passione nascente.
ORS: Ah! non fate a lei tale oltraggio. Collo spirito vivo e giusto che le è attribuito, ella non può essere tanto priva di senno, da rigettare un uomo come è Benedick.
ERO: È il solo uomo d’Italia, se ne eccettui il mio caro Claudio.
ORS: Vi prego di non isdegnarvi con me, signora, se vi dico quel che mi vien in mente. Per la persona, il tuono, il discorso e l’ardire, il signor Benedick è stimato il primo abitante della nostra penisola.
ERO: Ei gode infatti di un eccellente nome.
ORS: Le sue virtù gliel meritarono prima di ottenerlo. — Quando vi fate sposa, signora?
ERO: Nol so: forse dimani. Venite, rientriamo, vuo’ mostrarvi alcune gemme, e consultarvi sopra quelle che mi stan meglio.
ORS: Ella è presa al laccio, ve ne assicuro.
ERO: Se siamo riescite bisogna convenire che l’amore trae partito da casi assai imprevisti. (Beatrice si avanza)
BEAT: Qual fuoco mi sento io nelle orecchie? Può ciò esser vero? Son io dunque condannata pei miei dispregi e pel mio orgoglio? Dispregi addio, e addio orgoglio di fanciulla: alcuna gloria non si collega a voi. Tu, Benedick, persevera, ed io ti ricompenserò; io lascierò che il mio cuore venga domato dalla tua mano amorosa. Se mi ami, la mia tenerezza t’inspirerà il desiderio di stringere con santi nodi i nostri amori. Tutti dicono che tu meriti molto, ed io lo credo, e più che ad altri lo credo alla mia coscienza.
